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Qualche millennio prima
dell'era cristiana si svilupparono, in Asia e in Africa, alcune civiltà le cui
tracce sono ancora riconoscibili: le piramidi hanno saputo resistere alle
ingiurie del tempo e ci ricordano queste lontanissime civiltà. La costruzione
delle piramidi aveva probabilmente uno scopo religioso per i babilonesi (come
per i popoli dell'America centrale, sterminati nel XVI secolo), mentre per gli
egizi doveva trattarsi probabilmente di monumenti funerari.
Com'è noto, si fanno anche molte altre ipotesi sullo scopo delle piramidi:
si parla, per esempio, di
osservatori astronomici, o di capisaldi geodetici, e non mancano i sostenitori
dell'idea che fossero i punti d'approdo per astronavi che giungevano sulla Terra
da altri pianeti. Su queste e su altre ipotesi si possono trovare centinaia di
libri e migliaia di studi. E’ da notare che da molti elementi risulta come le
piramidi siano state costruire senza disporre di strumenti molto raffinati e, in
particolare, come il loro orientamento sia stato determinato quasi certamente a
occhio nudo; se qualche extraterrestre avesse guidato il lavoro, probabilmente
avrebbe insegnato l'uso di tecniche di costruzione e di osservazione molto più
efficienti. Inoltre, dai reperti archeologici appare evidente che tutti i popoli
costruttori di piramidi (anche in America centrale) avevano una concezione
geocentrica dell'universo: è perciò difficile che siano stati istruiti, o
abbiano avuto contatti con esseri di altri mondi. Le nozioni astronomiche dei
popoli antichi erano sufficienti per stabilire il calendario e per prevedere il
giorno in cui si sarebbe verificata un'eclisse. Non diversa era la situazione
astronomica in Cina: si dice che la serie di osservazioni compiute dai cinesi si
spinga nel passato più lontano, ma in realtà ne sappiamo pochissimo. (Anche
l'astronomia contemporanea di questo popolo è avvolta da molti misteri, benché
sia noto che qualche satellite artificiale è partito dal suolo della Repubblica
cinese).
Tutti i
popoli dell'antichità conoscevano sette astri vaganti fra le stelle (il Sole,
la Luna e i cinque pianeti visibili a occhio nudo). Soltanto i Maya, secondo
alcuni studiosi, non avevano mai osservato Mercurio; sarebbe anche per questo
motivo che il calendario Maya risulta più complesso e più difficile da
interpretare per noi. Gli altri popoli di cui ho parlato dedicarono i giorni
successivi a ognuno dei sette astri vaganti dando vita così al ciclo
settimanale.
Anche la nostra
interpretazione del pensiero dei greci più antichi (i pitagorici e in
particolare Filolao) è talvolta un poco arbitraria, benché si abbiano maggiori
notizie e documenti. È certo, in ogni modo, che i pitagorici sostenevano la
sfericità della Terra e sapevano trarre notevoli deduzioni da quanto
osservavano. Il sistema del mondo proposto da Filolao, tuttavia, è una pura
astrazione, anche se qualcuno vuole considerano come il primo sistema
eliocentrico immaginato dall'uomo.
Nel quarto secolo avanti
Cristo, per spiegare i moti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti, Budosso
impostò la teoria delle sfere omocentriche (centro di tutto il sistema era
naturalmente la Terra). Si tratta di un modello teorico dell'universo, nel quale
gli astri sono portati da sfere trasparenti che li trascinano. Per spiegare i
moti che si osservano bisogna ricorrere a una complicata geometria: tre sfere
bastano per il Sole e tre bastano per la Luna, ma ogni pianeta ha bisogno di
quattro sfere per la rappresentazione teorica del moto che si osserva; al di là
dell'ultimo pianeta c'è la sfera delle stelle fisse che viene trascinata da un
«primo motore immobile». Gli assi di rotazione delle sfere sono inclinati fra
loro in modo opportuno e forse questa teoria segna la nascita della «meccanica
celeste», dando all'espressione il significato di «meccanismo» capace di
trasmettere a tutti gli astri il movimento di una sfera motrice.
Nello stesso secolo,
Aristotele accettò e perfezionò il sistema di Fudosso, mentre Eraclide ritenne
che i corpi celesti fossero fissati su cerchi e non su sfere. Per Eraclide, la
Terra ruota sul proprio asse e resta il centro del moto del Sole, della Luna e
delle stelle fisse, ma due pianeti (Mercurio e Venere) ruoterebbero intorno al
Sole, mentre gli altri tre (Marte, Giove e Saturno) descriverebbero il loro
cerchio intorno alla Terra.
Il terzo secolo avanti
Cristo vide nel bacino del Mediterraneo uno straordinario fiorire di scienziati
nel senso moderno del termine: Euclide, ad Alessandria d'Egitto, precisò le concezioni
matematiche e geometriche; Eratostene, ad Alessandria d'Egitto, misurò il
raggio della Terra; Archimede, a Siracusa, scoprì le prime leggi della statica
(leva), dell'idrostatica (spinta di Archimede) e dell'ottica (specchi);
Apollonio di Pergamo espose la teoria delle coniche. I contributi più
importanti per l'astronomia vennero però da Aristarco di Samo, che tentò di
determinare le distanze reciproche di Sole, Terra e Luna ideando un metodo
tuttora valido, ma soprattutto (partendo dalle idee di Eraclide) formulò un
sistema eliocentrico in tutto simile a quello che diciotto secoli più tardi
doveva rendere famoso il nome di Copernico; purtroppo, come succede, Aristarco
venne accusato di corrompere i giovani con le sue idee e fu messo a tacere. Dopo
questo periodo di straordinario fervore, la cultura greca sembrò declinare.
Bisognerà attendere il 130 avanti Cristo, prima che Ipparco compia una scoperta
astronomica importante: il moto di precessione degli equinozi, che altera
lentamente ma inesorabilmente le coordinate di tutte le stelle. Dal punto di
vista astratto, la teoria delle sfere e quella dei cerchi ebbero entrambe
sostenitori per un lungo periodo; ma a poco a poco la seconda fini con il
prevalere.
Nel secondo secolo dopo
Cristo, Tolomeo conclude il ciclo delle ricerche astronomiche di questo lungo e
fecondo periodo, esponendo e precisando la teoria degli epicicli (cerchi su cui
si muovono gli astri vaganti) e dei deferenti (cerchi descritti dai centri degli
epicicli). I piani su cui giacciono tutti questi cerchi non sono coincidenti e i
cerchi stessi possono essere eccentrici; la sfera delle stelle fisse delimita
l'universo, mentre la Terra resta immobile nel suo centro. Il sistema tolemaico
dominerà il pensiero astronomico per quattordici secoli; ma non è l'unico
sistema geocentrico proposto nell'antichità, anche se è il più conosciuto ed
è stato forse il più importante.
I romani non hanno sentito
una particolare attrazione per l'astronomia e, dopo la caduta del loro impero,
il periodo medievale appare estremamente povero per quanto riguarda le ricerche
astronomiche. Si fanno molti passi indietro: la Terra viene nuovamente
considerata piana e le osservazioni sono abbandonate. Soltanto gli arabi non
trascurano l'astronomia: per secoli accetteranno la teoria tolemaica e poi la
riaggiusteranno per portarla a coincidere con le osservazioni; la concezione
tolemaica passerà con gli arabi nella penisola iberica e si diffonderà più
tardi in tutto il continente europeo.
Nel
Medioevo i grandi pensatori del III secolo avanti Cristo vengono a poco a poco
dimenticati e saranno riscoperti soltanto nel XV secolo. Viceversa, la filosofia
aristotelica viene riscoperta e si diffonde in Europa con alcuni secoli di
anticipo. Nel XIII secolo, San Tommaso assorbe ed elabora il pensiero di
Aristotele, formulando una teoria completa nella quale si stabilisce una
gerarchia rigorosa: la teologia domina e inquadra tutto; la filosofia metafisica
discende direttamente dalla teologia; la fisica, o la scienza, o meglio ancora
la «filosofia naturale» deve rispettare i principi filosofici e teologici,
perché la sovrastano nella scala gerarchica. Se nascono controversie tra
l'interpretazione scientifica e quella filosofica e teologica di un fenomeno, la
gerarchia suddetta le risolverà senza alcuna esitazione.
Per tradizione si fa
terminare il Medioevo nel 1492, l'anno della scoperta dell'America, e si
considera il XV secolo come il secolo dell'umanesimo (che sfocerà più tardi
nel periodo rinascimentale). La riforma luterana è del 1517. Copernico è
vissuto in questo periodo; è morto un paio di anni prima del concilio di Trento
(1545) e non ha visto la controriforma. La sua vita, modesta e umile, si
può separare in due periodi: quello degli studi, in Polonia dapprima e nelle
Università italiane poi, fino a 32 anni; quello di canonico cattolico, medico
dei poveri, traduttore in latino di testi greci, studioso di questioni
monetarie, ma soprattutto di problemi astronomici, che si concluderà con la
morte a 70 anni.
In Italia, Copernico
studia per una decina di anni, frequentando varie università e incontrando
alcuni studiosi di astronomia (Domenico Maria da Novara è il suo maestro) che
interpretano e spiegano le opere da poco riscoperte degli antichi; certamente
nelle università italiane si parlava della concezione eliocentrica di
Aristarco, perché alcuni suoi scritti erano stati tradotti in latino da Valla,
nel 1488, e la teoria veniva commentata e ritenuta ammissibile da Biagio
Pelacani, Nicola Cusano, Paolo Veneto, Paolo dal Pozzo, oltre che da Domenico
Maria da Novara. Nei lunghi anni successivi alla sua permanenza in Italia,
Copernico mediterà sulla teoria eliocentrica, osserverà il moto dei pianeti
dalla sua specola povera e disadorna, cercherà il modo per far accettare da
filosofi e teologi la teoria del moto della Terra intorno al Sole.
Nel 1530, Copernico
fa circolare un manoscritto (il Comentariolus) in cui espone i principi
della teoria eliocentrica, che gli attira i fulmini di Lutero prima e di Calvino
poi; ma i cattolici non prendono posizione. Copernico, sacerdote cattolico, può
continuare perciò le sue ricerche, e nel 1543 pubblica il De revolutionibus
orbium coelestium, che costituirà il punto di partenza per tutta
l'astronomia moderna. I protestanti condanneranno ufficialmente quest'opera nel
1549, con Melantone che elencherà tutti i passi delle sacre scritture in
contrasto con la concezione copernicana; i cattolici attenderanno invece il 1624
prima di metterla all'indice.
Copernico, consapevole
della situazione, aveva compiuto uno sforzo notevole per cercare di convincere
almeno i filosofi, se non i teologi, dimostrando che la teoria eliocentrica
rispondeva, meglio di quella geocentrica, alla caratteristica di semplicità,
che i filosofi ponevano come essenziale per le concezioni scientifiche: i molti
epicicli e deferenti della teoria di Tolomeo (il cui numero era stato
ulteriormente accresciuto dagli arabi) erano diventati pochi cerchi nella sua
teoria. Ma Copernico sapeva bene che non bastava convincere i filosofi (che da
parte loro avevano comunque diverse obiezioni da fare); sapeva che la teologia
era considerata gerarchicamente superiore alla filosofia. Se le scritture
dicevano il contrario di quanto affermava Copernico, la sua teoria non poteva
essere accettata. Nel corso della storia i cerchi di Copernico (residuo di una
concezione medievale che ricerca la figura geometrica perfetta nei cieli) sono
stati deformati in ellissi da Keplero; il Sole non sta al centro del sistema
planetario soltanto perché (come dice Copernico) è un signore risplendente, ma
perché ha una massa molto più grande di quella dei pianeti, come ha scoperto
Newton. Bisogna però riconoscere che Copernico ha fatto una «rivoluzione»,
perché è stato il primo a sostenere apertamente la teoria eliocentrica nell'età
moderna: la prefazione che aveva scritto per il De revolutionibus esprimeva
tutta la sua certezza nella teoria; a causa di ciò, Retico la sostituì, nella
prima edizione dell'opera, con un'ambigua prefazione di Osiander, in cui si
parla semplicemente di ipotesi, come se l'autore fosse pieno di dubbi sulla validità
di quanto affermava.
Tuttavia, chi oggi si
meraviglia del fatto che la teoria copernicana non abbia avuto subito
un'accoglienza favorevole, o chi si indigna per l'atteggiamento delle chiese,
dimentica alcuni elementi importanti. Le osservazioni a occhio nudo non potevano
raggiungere una grande precisione ma comunque l'accordo restava discreto con la
teoria tolemaica rivista dagli arabi, mentre lo scarto fra le osservazioni e la
teoria copernicana era già sensibile dopo non molti anni dalla sua
formulazione. Poiché non si conoscevano le leggi fisiche che determinano il
moto dei pianeti, era necessario compiere una scelta fra una teoria più
complicata ma apparentemente più esatta (quella di Tolomeo), e una teoria più
semplice ma meno precisa (quella di Copernico). La prima aveva inoltre
un'apparente conferma dai sensi, che inducevano a sostenere l'immobilità della
Terra, mentre accettando la teoria di Copernico era necessario ammettere il suo
moto rapidissimo intorno al Sole; e fino a quando non avrò trovato una prova
del movimento della Terra nello spazio, nessuno potrà farmi accettare la
concezione copernicana. Proprio alla ricerca dì questa prova si mise il più
grande osservatore del XVI secolo: il danese Tyge Brahe, il cui nome viene
italianizzato in Ticone o Tico. Avuta in dono dal re Federico Il di Danimarca
un’isoletta, Tico vi costruì un grande osservatorio e per numerosi anni compì
accurate osservazioni (a occhio nudo, ma con enormi cerchi graduati e con vari
artifici per migliorarne le prestazioni) dei pianeti e delle stelle.
Tico era convinto che le stelle non sono tutte a un'uguale distanza da noi:
non accettava più il
concetto antico di stelle fisse portate da una sfera e quindi cercava di
stabilire la parallasse stellare, quel moto apparente di una stella più vicina,
rispetto a un'altra più lontana. Il suo ragionamento era assolutamente corretto,
ma Tico non riuscì a vedere la parallasse di una sola stella: cosa poteva
concludere? Oggi sappiamo che il fallimento dipendeva dallo strumento di
osservazione troppo misero, ma per Tico l'occhio era lo strumento disponibile più
perfetto: e se non riusciva a osservare la parallasse stellare, diventava logica
per lui la conclusione che il fenomeno non esisteva. Quindi la teoria di
Copernico doveva essere sbagliata, perché l'unica prova possibile del moto
terrestre intorno al Sole dava un esito negativo. Ultimo fiero oppositore del
sistema copernicano, Tico immaginò un sistema del mondo che oggi ha soltanto
interesse storico, con la Terra immobile al centro dell'universo, il Sole e la
Luna che le girano intorno e i pianeti che girano intorno al Sole. Forse, se
avesse creduto a Copernico, che aveva posto le stelle lontanissime nello spazio,
avrebbe capito che la distanza non era misurabile a occhio nudo. Importa, però,
sottolineare che non soltanto i filosofi o le chiese, ma anche il maggior
astronomo di questo periodo rifiutò la teoria copernicana; e la respinse
proprio in base a considerazioni astronomiche e alle osservazioni possibili a
quel tempo.
Seguendo due strade
completamente diverse, Galilei e Keplero giunsero nel medesimo anno, il 1609, a
stabilire la validità della teoria eliocentrica e a precisarla. La loro vita fu
segnata da molti momenti di amarezza, ma entrambi evitarono il rogo sul quale
era morto, nel 1600, Giordano Bruno anche per aver ammesso che la Terra è un
pianeta e il Sole una stella, e per aver ipotizzato l'esistenza di molti pianeti
intorno alle altre stelle.
Galilei è uno
sperimentatore, che indaga i fenomeni, cerca di riprodurli e di ripeterli fino a
quando perviene a stabilire una legge. A 19 anni scopre l'isocronismo del
pendolo, poi studia la caduta degli oggetti pesanti (e per studiarla meglio la
rallenta, con un geniale artificio, facendo scendere gli oggetti lungo un piano
inclinato); comprende l'importanza di stabilire leggi fisiche valide per
qualunque osservatore, fermo o in moto, e formula il principio di relatività
dei movimenti; medita e discute i principi di metodologia della ricerca; costruisce
il cannocchiale e lo usa per osservare il cielo, ma lo offre anche al doge di
Venezia, con spirito molto pratico, perché se ne possano servire i naviganti;
è uno scrittore brillante, sempre vivacemente polemico.
Keplero vive in un mondo
astratto, in cui la matematica riprende il valore mistico che aveva per i
pitagorici; cerca di stabilire rapporti fra geometria e sfere celesti;
interpreta l'ottica solo geometricamente: fa l'astrologo per vivere, ma forse
anche perché l'astrologia esercita su di lui un fascino misterioso; non si pone
problemi di metodologia alla maniera di Galilei (e del contemporaneo Cartesio).
Fra le molte disavventure
della sua vita, perseguitato dai cattolici e incompreso dai protestanti (che
preferirono, per esempio, non tener conto del suo consiglio di accogliere la
riforma del calendario, soltanto perché era stata introdotta dal papa), Keplero
ebbe anche quella di accettare la proposta di Tico, che lo aveva invitato a
raggiungerlo a Praga, promettendogli lauti compensi: dopo un solo anno di non
facile convivenza, per le opinioni contrastanti sulla teoria copernicana, Tico
nel 1601 moriva e Keplero si ritrovava nella consueta situazione di povertà.
Tuttavia, proprio allora Keplero ebbe la grande fortuna di ereditare le
osservazioni di Tico, le migliori di quei tempi. Le studiò per otto anni:
sapeva che l'errore compiuto da Tico non poteva essere maggiore di un minuto, ma
trovava una discordanza di otto minuti fra le osservazioni di Marte e la teoria
copernicana: quale era la causa della differenza? Calcolando e ricalcolando, nel
1609 Keplero giunse a scoprire anzitutto la legge delle aree e derivò poi
quella che noi indichiamo come la sua prima legge: stabili che l'orbita dei
pianeti intorno al Sole ha forma ellittica, anziché circolare. Questa era la
ragione essenziale dello scarto fra teoria copernicana e osservazioni.
Riportandosi alla situazione di allora, al concetto filosofico di perfezione dei
cieli, alla concezione millenaria del cerchio come figura perfetta, si comprende
come la «rivoluzione» di Keplero non sia stata meno importante, né meno
coraggiosa, di quella copernicana.
Keplero impiegherà
un'altra decina di anni prima di giungere a formulare la terza legge, quella che
stabilisce un rapporto fra le dimensioni dell'ellisse orbitale e il tempo
impiegato a descriverla. In quegli anni il destino si accanì contro di lui: nel
1611 perse tre figli e la prima moglie, che già era diventata epilettica e
pazza; qualche anno più tardi, sua madre venne accusata di stregoneria e dopo
un lungo processo condannata al rogo (dal quale fu salvata per il suo
intervento). Malgrado questi fatti sconvolgenti, Keplero riuscì a concentrarsi
negli studi, alla ricerca di nuove armonie nell'universo.
I suoi calcoli per
stabilire un rapporto numerico fra le dimensioni delle ellissi orbitali e i
tempi di rivoluzione dei pianeti non erano fondati su un concetto fisico, ma
esclusivamente su una mistica dei numeri, che sfugge alla nostra mentalità:
come sia giunto a stabilire, soltanto ripetendo i tentativi, che esiste una
proporzionalità fra il cubo dei semiassi orbitali e il quadrato dei tempi
periodici, valida per due pianeti qualsiasi, è per noi incomprensibile. Forse
sarebbe importante meditare sulle possibilità offerte da questa concezione
magica dei numeri; ma noi siamo abituati, ormai, a una ricerca fondata su
elementi concreti, su fenomeni osservabili e possibilmente ripetibili in
laboratorio; abbiamo dimenticato la lezione di KepIero, e seguiamo la
via tracciata da Galilei.
Nel 1609, Galilei cominciò
le osservazioni celesti scoprendo quasi subito tre elementi importanti: le
montagne e i crateri lunari, i satelliti di Giove e le fasi di Venere; soltanto
qualche anno più tardi vide le macchie solari.
Tra
le scoperte di Galilei, una soltanto porta un reale contributo all'affermazione
della teoria eliocentrica: l'osservazione delle fasi di Venere, che erano state
previste da Copernico come prova per la validità della sua teoria. Invece, le
montagne lunari e le macchie solari dimostravano che gli astri sono composti da
materia analoga a quella terrestre e non da una «quinta essenza»
incorruttibile (diversa dai quattro «elementi» terra, acqua, aria e fuoco); le
osservazioni dimostravano cioè che i filosofi aristotelici avevano torto, ma
non portavano un contributo alla teoria eliocentrica, pur spalancando nuovi
orizzonti alle ricerche astronomiche. In quanto alla scoperta dei primi quattro
satelliti di Giove, i «pianeti medicei», come Galilei li battezzò non disinteressatamente,
si trattava di un'altra prova contro i filosofi del tempo, che non accettavano
la teoria perché Copernico aveva immaginato tutti gli oggetti celesti in
rotazione intorno al Sole, ma aveva lasciato la Luna in rotazione intorno alla
Terra. Il fatto che nell'universo esistessero due centri di rotazione, anziché
uno solo, non piaceva ai filosofi e Galilei, scoprendo che Giove è il centro
intorno al quale girano quattro lune, portava un altro colpo alle loro teorie.
Galilei studiava, scriveva
e attendeva il momento più favorevole per riproporre le sue idee, sperando
nella benevolenza delle nuove autorità religiose; ma non aveva compreso che
all'interno della chiesa cattolica, impegnata nella controriforma, gli ordini
religiosi combattevano fra loro una lotta, della quale finì con l'essere vittima.
Quando Newton, nel 1687,
pubblicò nel primo volume dei Principia la legge di gravitazione
universale, aveva 45 anni e da molto tempo veniva considerato il maggior
esponente del mondo scientifico inglese; alla scoperta della legge di
gravitazione era giunto 21 anni prima, quando però alcuni dati numerici (e in
particolare la misura del raggio terrestre) non erano conosciuti con precisione
sufficiente, cosicché i calcoli di Newton non tornavano. Benché la legge
trovata fosse esatta, Newton poteva dubitare della sua validità, soprattutto
perché l'ipotesi che la forza attrattiva fosse inversamente proporzionale al
quadrato della distanza era per l'appunto un'ipotesi, che non derivava da
considerazioni fondate su elementi sicuri, ma da un'intuizione; con nuovi dati
numerici, in base a più recenti misure, Newton rifece i calcoli e poté finalmente
annunciare la sua più grande scoperta. Non bisogna però dimenticare altri suoi
contributi importanti, sia teorici sia pratici (per esempio, la concezione del
telescopio e del sestante) nel campo ottico e in molte altre branche della
fisica e della matematica (per esempio, l'impostazione del calcolo
infinitesimale, contemporaneamente a Leibniz).
Si racconta che Newton
vedendo una mela staccarsi da un albero e cadere al suolo, abbia intuito come la
forza di gravità, che attira gli oggetti verso la Terra, e la forza di
gravitazione, che trattiene gli astri in rotazione l'uno intorno all'altro,
siano praticamente forze identiche. L'episodio può essere o non essere vero, ma
è molto conveniente per spiegare il ragionamento di Newton, che già conosceva
alcune leggi formulate da Leonardo e da Galilei: il principio d'inerzia, in base
al quale un corpo prosegue il suo moto rettilineo e con velocità costante se
non intervengono forze esterne a variarne il movimento, e la legge che
stabilisce una proporzionalità fra la forza applicata a un corpo (a una massa)
e l'accelerazione che ne deriva. A queste due leggi, Newton ne aggiungerà una
terza, il cosiddetto principio di azione e reazione: se un primo corpo esercita
un'azione su un secondo, il secondo esercita un'azione uguale e contraria
(reazione) sul primo.
Nel momento in cui la mela
si stacca dall'albero sente l'attrazione di gravità esercitata dalla Terra e
cade al suolo: anche la Terra sente l'attrazione esercitata dalla mela (per il
principio di azione e reazione), ma avendo una massa enormemente maggiore non si
sposta in maniera apprezzabile. Ora immaginiamo un esperimento: nell'istante in
cui la mela si stacca dall'albero, la colpiamo (come potrebbe fare un tennista o
un giocatore di baseball) in modo da imprimerle un movimento parallelo al
terreno. L'esperienza insegna che se il colpo è debole la mela andrà a cadere
poco distante, se è forte andrà molto più lontano, ma in ogni caso descriverà
una curva parabolica. Ora lasciamo da parte la mela e rivolgiamo la nostra
attenzione alla Luna.
Galilei aveva utilizzato
la cosiddetta regola del parallelogramma per la composizione di due movimenti:
la stessa regola era stata impiegata per la composizione delle forze e
permetteva di chiarire teoricamente l'andamento di certe esperienze. Newton se
ne servì per studiare l'orbita descritta dalla Luna. Se la Luna fosse immobile,
come la mela un attimo prima di staccarsi dall'albero, sentirebbe la forza
attrattiva della Terra in modo assolutamente identico e cadrebbe verso il suolo,
richiamando al tempo stesso la Terra verso di sé.
Viceversa, considerando la
Luna in movimento, se non esistesse la Terra, per il principio d'inerzia la Luna
si muoverebbe nello spazio a velocità costante e di moto rettilineo. Quello che
osserviamo è il risultato della composizione di questi due movimenti, che si
manifestano contemporaneamente. Resta da dire che la Luna si muove nello spazio
con la velocità «giusta», cioè capace di compensare esattamente la forza
attrattiva della Terra.
Torniamo ora alla mela: se
viene colpita, descriverà una parabola, che è possibile tracciare in base alla
regola del parallelogramma; ma, almeno in teoria, possiamo immaginare di colpire
la mela tanto violentemente da spingerla a perdersi nello spazio, imprimendole
quella che viene detta la «velocità di fuga» dal campo di attrazione
terrestre. Sempre in teoria, si può calcolare la velocità «giusta» da
imprimere alla mela per farle compiere un giro completo intorno alla Terra, e
cioè per trasformare quella traiettoria parabolica, che normalmente descrive,
in una traiettoria circolare (o eventualmente ellittica). Perché tutto questo
sia vero, bisogna che sia esatta la legge di Newton: occorre cioè che esista
proprio un'assoluta identità fra la forza gravitazionale che si manifesta fra
Luna e Terra, e la forza di gravità che si manifesta fra Terra e mela. E per
verificarlo bisogna conoscere soprattutto la distanza fra i centri dei corpi in
esame. Newton verificò la sua legge e la comunicò nel 1687.
I calcoli sulla velocità
di fuga, o sulla velocità da imprimere a un oggetto perché rimanga in orbita
intorno alla Terra, venivano compiuti, come esercizio, dagli studenti di astronomia:
si immaginava un oggetto posto nello spazio a una certa distanza dal suolo
terrestre e si determinava la velocità opportuna per mantenerlo in orbita o per
farlo sfuggire nello spazio. Già Newton, però, si era reso conto che la sua
legge consentiva di creare satelliti artificiali della Terra e sonde da lanciare
lontano nello spazio, verso altri corpi celesti: cosa mancava per realizzarli?
Mancava l'apparato tecnologico per la creazione di razzi e di propellenti in
grado di attribuire agli oggetti la spinta «giusta» sia come direzione, sia
come intensità. L'astronautica ha dovuto risolvere questi problemi, ma la legge
per giungere al risultato era già perfettamente stabilita
Partendo dalla legge di
gravitazione, Newton ritrovò le tre leggi formulate da Keplero per i moti
planetari, leggi che ora assumevano però un significato diverso, perché
facevano intervenire la forza attrattiva esercitata dalla massa: non erano più
soltanto leggi cinematiche, in grado di descrivere il moto senza considerarne la
causa, ma diventavano leggi dinamiche. Sarà opportuna, tuttavia, una
precisazione: ogni massa esercita una forza attrattiva che sappiamo calcolare;
ma per quale motivo, per quale fenomeno intrinseco della materia la eserciti,
non lo sappiamo. Perché la forza è soltanto attrattiva e non anche repulsiva
come quelle che si osservano per esempio fra cariche elettriche? Che la
gravitazione esista è certo, ma che cosa sia e come si propaghi (per onde, come
la luce?) resta un mistero.
Gravità sulla Terra e
gravitazione nell'universo sono fenomeni identici, quindi la meccanica analitica
o razionale, che ci serve per le applicazioni sul nostro pianeta, è del tutto
analoga alla meccanica celeste. I grandi matematici del XVJII secolo (Eulero,
Lagrange, Laplace, ecc.) stabilirono leggi valide in maniera identica sulla
Terra o nel cosmo. I fenomeni di marea, i fenomeni di precessione sono gli
stessi sia che si manifestino sulla Terra sia che si osservino per astri
lontanissimi da noi.
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